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Le crepe che ci rendono preziosi: cosa ci insegna il kintsugi

Pubblicato il
February 27, 2026

C’è un momento, nella vita, in cui qualcosa si rompe.
Una relazione. Un progetto. Un’immagine di sé.

In quei momenti ci sentiamo incrinati, come se la frattura definisse il nostro valore.

In Giappone esiste un’antica arte che racconta un’altra possibilità. Si chiama kintsugi. Quando una tazza si rompe, non viene buttata e non si cerca di far sparire la crepa. La frattura viene riempita d’oro. Diventa visibile. Diventa preziosa.

È un’immagine potente. Perché va contro ciò che facciamo di solito: nascondere, minimizzare, vergognarci delle nostre ferite.

Ma cosa accadrebbe se iniziassimo a guardare le nostre crepe con uno sguardo diverso?

Il dolore non è romantico. Non è bello. Fa male, punto. Però può trasformarsi. Quando lo attraversiamo invece di evitarlo, quando gli diamo parole invece di chiuderlo nel silenzio, qualcosa cambia.

Non torniamo come eravamo prima.
Torniamo più consapevoli.

Le fratture diventano linee di esperienza. Le cicatrici raccontano che abbiamo attraversato qualcosa e siamo rimasti in piedi.

Il kintsugi ci ricorda che non siamo difettosi perché abbiamo sofferto. Siamo umani. E nella possibilità di ricomporci, con pazienza e cura, c’è una forma di forza silenziosa.

Forse non dobbiamo tornare perfetti.
Forse dobbiamo diventare interi, includendo anche le nostre crepe.

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