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Prima delle parole - i 5 sensi tra sentire e raccontare

24 ottobre 2026 · 3 min read

Icone che rappresentano i 5 sensi

C’è un momento, prima di ogni racconto, in cui il mondo semplicemente ci tocca. Il freddo del mattino che entra nel colletto, l’odore del pane che arriva da una porta aperta, una voce familiare che attraversa la casa. Poi arriva la mente e mette tutto in ordine: «faceva freddo», «c’era profumo di pane», «era mia madre». Le frasi sono giuste, ma l’esperienza è già passata. Si è raffreddata nel racconto, come il caffè dimenticato sul tavolo mentre si risponde a un messaggio.

Una macchina vive soltanto in questo dopo. Conosce tutte le parole per dire il profumo del pane, e nemmeno una delle volte in cui un profumo ci ha fatto fermare in mezzo alla strada. Noi, invece, abbiamo un corpo che sa prima di dire. Basta fargli un po’ di spazio.

Allora prova così. Prendi un’arancia e, prima di sbucciarla, chiudi gli occhi. Senti il peso nel palmo, la pelle porosa, appena fresca. Affonda l’unghia nella buccia e aspetta: quel getto minuscolo di profumo che ti sale al viso è sole conservato per mesi. Respira piano, finché lo senti arrivare dietro gli occhi. Poi stacca uno spicchio, appoggialo sulla lingua e non masticare subito. Lascia che la sottile membrana ceda da sola, che il succo trovi la sua strada. Ci sono voluti anni di sole e di pioggia per arrivare a questo mezzo minuto.

Oppure siediti in una stanza qualunque e ascolta, ma non ciò che pensi di dover sentire: ascolta sotto. Il ronzio lontano di un frigorifero, un’auto che passa due strade più in là, il tuo stesso respiro, e poi, ancora più giù, un silenzio fitto che non è mai vuoto. Prova a contare quanti strati di suono ci sono. Sono quasi sempre più di quelli che cercavi. Il mondo parla di continuo, siamo noi che abbiamo smesso di ascoltare.

Un giorno, guarda la tua mano. Proprio la tua, come se non l’avessi mai vista: le linee del palmo, le pieghe delle nocche, la trama sottile delle vene, il piccolo segno di una caduta di tanto tempo fa. Seguila con lo sguardo per un minuto intero. Questa mano ha stretto, ha lasciato, ha asciugato lacrime, ha firmato. Non è mai stata soltanto uno strumento: è una storia che si muove.

La sera, prima di dormire, prendi un oggetto che conosci da sempre, una chiave, una tazza, un sasso raccolto al mare, e tienilo tra le mani al buio. Senza vederlo, riscopri la sua forma: gli spigoli, il peso, il freddo che lentamente cede al tuo calore. Accorgiti che ti sta restituendo qualcosa. Il tatto è sempre uno scambio: non si può toccare senza essere toccati.

E se vuoi un viaggio brevissimo, apri un barattolo di spezie, cannella o chiodi di garofano, e avvicinalo al viso con gli occhi chiusi. Aspetta. Spesso, prima ancora di capire che cos’è, un odore ci porta altrove: una cucina, un inverno, una persona che non c’è più. Lascia che accada, senza cercare di trattenerlo. È la memoria che parla la sua lingua più antica.

Qualche volta, infine, concediti il gesto più semplice: un quadratino di cioccolato fondente lasciato sciogliere sulla lingua. Prima l’odore. Poi l’attacco, la dolcezza, l’amaro che arriva più tardi, e dietro, come un’eco, il suo ricordo. Quanto dura davvero un sapore? Più di quanto si creda, se lo si lascia vivere.

Non servono ritiri, né tempo in più. Bastano pochi minuti sottratti alla fretta e un’attenzione che resti lì, un po’ ostinata, come chi guarda un fuoco. Ogni volta che la mente scappa via, e scapperà, riportala con dolcezza a ciò che accade ora sulla pelle, nelle orecchie, in bocca.

Raccontare è bello, e sapremo farlo ancora. Ma il racconto viene dopo, quando si è stati davvero lì. Perché la vita non si lascia afferrare dalle descrizioni: scorre in chi ha il coraggio di sentirla mentre passa.

Domande frequenti